LA REGINA SIBILLA E IL SALTARELLO. LEGGENDE E TRADIZIONI DEI MONTI SIBILLINI

regina sibilla
 Le paradis de la reine Sibylle - Antoine de La Sale
 
Questo disegno di Antoine de La Sale è una bella rappresentazione della ricchissima storia orale tramandata sui "Monti Azzurri". I Sibillini, che non a caso devono il loro nome e molti dei loro toponimi alla montagna della Regina e alle leggende narrate in queste terre, sono ricchissimi di racconti che parlano di fate, negromanti e cavalieri; ma anche di giovani pastori e di fanciulle che ballano alla luce della luna. Il lavoro di conservazione di questo patrimonio è fondamentale. Un esempio per tutti lo spettacolo "La leggenda delle fate" che dal 1956 si svolge a Pretare ogni tre anni e che quest'anno, nonostante il terremoto che ha colpito pesantemente il piccolo paese, andrà in scena il sedici agosto.

Per questo motivo vogliamo riproporre un bell'articolo scritto dalla ricercatrice Tea Fonzi che cala il mito della Sibilla in una dimensione terrena e ci mostra come le leggende siano materia viva che si fonde con la vita della comunità e diventa un fattore inscindibile nel racconto di un territorio.
Buona lettura!
 
leggende dei sibillini
Una nostra guida narra il mito della regina Sibilla all'ingresso della grotta sul monte Sibilla, poco prima dell'alba.
 
I monti Sibillini, com'è noto, devono il loro nome alla leggenda di una Sibilla particolare, La Sibilla dell'Appennino, profetessa che diventa maga, fata o diabolica strega e che secondo la leggenda dimora sul monte che prende il suo nome. Di questa leggenda pastori e contadini hanno tramandato la memoria, narrando, ad esempio, la storia secondo cui alla sibilla si dovrebbe l'origine della danza popolare distintiva delle Marche: il Saltarello.

La leggenda vuole che le ancelle della fata-sibilla avessero, in tempi lontani, l'abitudine di uscire dalla reggia nel cuore della montanga per venire di notte a danzare il saltarello coi giovani pastori. Si narra che per spostarsi da un paese all'altro, le fate prendessero in prestito i cavalli, che la mattina venivano trovati affaticati, sudati e con le criniere magicamente intrecciate. Le fate della leggenda sono però creature soprannaturali e il loro aspetto non è quello di giovani donne, o almeno non lo è per intero, poiché i loro piedi sono in realtà zoccoli caprini, che le fate nascondono abilmente agli occhi dei pastori e di cui si servono per risalire agilmente i ripidi sentieri di montagna. Anche la corona del Monte Sibilla sarebbe dovuta ai colpi degli zoccoli delle fate, che dopo una lunga notte di danze coi pastori, avrebbero risalito in fretta il monte per tornare nella dimora della Sibilla.
 
Questa storia unisce due elementi importanti presenti nella cultura degli abitanti dei sibillini nella seconda metà del XIX secolo: il saltarello e il mito della Sibilla dell'Appennino. Nelle comunità che abitavano l'area dei sibillini, le occasioni per danzare il saltarello erano quelle dei grandi lavori annuali, come ad esempio la mietitura, la trebbiatura, la vendemmia o la raccolta delle olive. Questi momenti segnavano la fine di un ciclo di lavoro ed erano quindi occasioni festive, ma soprattutto erano occasioni di incontro, dal momento che la grande mole di lavoro andava svolta in breve tempo e richiedeva l'aiuto di numerose famiglie della zona. I contadini dei poderi vicini si assistevano a vicenda lavorando tutti prima in un campo e poi nell'altro e festeggiando poi insieme la fine del lavoro. Erano questi i momenti in cui le regole di comportamento erano più libere, si avevano occasioni conviviali di incontro tra ragazzi e ragazze e si respirava un'aria di festa che cominciava durante il lavoro con i canti e terminava con lunghi balli sull'aia. Si trattava di occasioni in cui venivano “sospese” le normali abitudini, che prevedevano, ad esempio, il controllo severo della rispettabilità delle giovani donne. Questi balli duravano fino all'alba e vedevano partecipi giovani e anziani con particolare attenzione alla padrona di casa, la “vergara”, che danzava con tutti i presenti. Il nome “saltarello” compare per la prima volta in un documento del XIV secolo (il cosiddetto Manoscritto di Londra, conservato nel British Museum) dove viene utilizzato per indicare un ritmo musicale sostenuto. Nel corso del Medioevo le danze che prevedevano ritmi più movimentati con elementi di pantomima erano quelle popolari, la danza saltata non è infatti presente nei primi manuali di ballo delle corti Italiane del Quattrocento, ma rimane in uso tra il popolo specialmente nelle zone rurali; deriva infatti da antiche danze precristiane legate ai riti per la crescita delle piante. Inizialmente accompagnato da diversi strumenti, dalla metà dell'Ottocento il saltarello si danza sulle note dell' “organetto”, che soppianta tutti gli altri strumenti diventando quello distintivo delle danze popolari e trova proprio nelle Marche, a Castelfidardo, il centro produttivo più importante in Italia.
 
Il Saltarello è presente in molte zone del Centro e Sud Italia, ma la coreografia che si afferma a nel Lazio e nelle Marche è particolare: si danza in coppia e prevede tre fasi principali (lo “spuntapè”, il “giro” e il “filò”), le quali mimano un corteggiamento amoroso tra uomo e donna. Danzare il saltarello è, dunque, vivere un momento di socialità amorosa, un incontro a due che altrimenti sarebbe difficilmente accettato. Nell'antichità le sibille non erano però ballerine, ma mitiche profetesse che rivelavano agli uomini la volontà del dio che le ispirava. Come arriva la sibilla, quindi, ad avere un ruolo nella leggenda legata al Saltarello?

Sibillla Appenninica di Adolfo de Carolis
 
Gli autori greci che parlano delle sibille non ci rivelano molto su di esse e non parlano mai di un luogo preciso da dove queste profetesse avrebbero parlato; la figura della sibilla arriva al Medioevo come un personaggio confuso, che può essere facilmente assimilato da vari culti, può essere convenientemente usato per profezie politiche, e si presta alla perfezione per entrare nei racconti e nelle leggende. Una di queste leggende è proprio quella della Sibilla dell'Appenino, di cui troviamo la prima descrizione in due romanzi quattrocenteschi: Le avventure di Guerrino detto il Meschino, scritto da Andrea da Barberino, e il Paradiso della regina Sibilla, di Antoine De La Sale. Questi autori attingono al patrimonio letterario cortese e raccontano di un cavaliere che affronta diverse prove di coraggio per arrivare nell'antro della Regina Sibilla, donna ammaliante che vive di piaceri e lussi nel ventre di una montagna nell'Appennino centrale e trattiene con le sue lusinghe gli avventori fino al giorno del Giudizio, quando tutti gli abitanti della sua corte saranno dannati. La sibilla descritta da questi autori è una donna misteriosa e seduttrice, che con le sue tentazioni conduce i cavalieri alla perdizione e ricorda la figura della maga Circe o della fata Alcina, nome che spesso viene usato nei Sibillini proprio per identificare la Sibilla dell'Appennino. In questi romanzi, la Regina Sibilla e le sue bellissime ancelle si trasformano in serpenti nella notte del sabato e, ricalcando la storia di Melusina, impediscono ai cavalieri di scoprire questo segreto. Dalla metà del XIX secolo la Sibilla dell'Appennino cambia ulteriormente volto e viene confusa con la dea Cibele, forse anticamente venerata sui Sibillini, e assume caratteristiche legate a un'interpretazione in chiave positiva del mito della Magna Mater; si lega così all'idea di fertilità della terra e della natura incontaminata, diventando una donna potente e sapiente, che può insegnare antichi saperi alle ragazze e ai giovani abitanti della zona. Queste storie vengono trasmesse oralmente dai racconti degli anziani pastori, che nelle lunghe giornate al pascolo insegnano a leggere e scrivere ai più giovani, servendosi per questo scopo proprio dei romanzi della letteratura epica e cavalleresca, tra cui proprio il romanzo del Guerrin Meschino e le storie dell'Orlando Furioso e dell'Odissea, dove sono presenti la fata Alcina e la maga Circe. La trasmissione del tema della Regina Sibilla trova anche un supporto scritto nei calendari e nei lunari, molto diffusi dalla metà del XIX secolo e spesso dedicati proprio a lei. Questi opuscoli insegnano a conoscere le fasi lunari, sono utili per prevedere il clima e forniscono molti insegnamenti a pastori e contadini. Ecco, quindi, che la Sibilla dell'Appennino risultata dai cambiamenti occorsi al mito fino alla fine dell'Ottocento è proprio la sibilla che guida le fate della leggenda del saltarello: una sorta di temibile e sapiente dea che vive nel ventre della montagna con le sue magiche ancelle, le quali nascondono, come Melusina, le loro sembianze per metà animali. Grazie alle sue ancelle, però, questa sibilla lascia alcuni insegnamenti agli abitanti dell'Appennino: insegnamenti diversi da quelli della chiesa, risalenti a epoche antiche, legati al culto della terra e in gran parte pervasi da temi di seduzione. Le fate che vivono con la sibilla giocano un ruolo importante in uno dei pochi momenti in cui è concesso il contatto diretto tra uomo e donna: attraverso il saltarello, le ancelle della sibilla insegnano agli uomini la seduzione, che servirà loro per corteggiare le ragazze, prendere moglie e trovare quindi il loro posto nella comunità.

Tea Fonzi
 
Monte Sibilla
 La "corona" della Regina Sibilla

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